
“Vorrei trovare la mia voce”. Be’, ci credo: è importante.
Noi esseri umani siamo creaturine proprio buffe. E dico buffe per non dire snervanti al massimo.
Che cosa vogliamo, a livello viscerale? Essere visti, riconosciuti, accettati. Far parte del gruppo perché -primitivamente parlando- significa sopravvivenza.
Ma sapete cosa vogliamo anche? Affermare la nostra esistenza, la nostra identità, distinguerci dagli altri. Perché significa dire “io”.
Voler trovare la propria “voce” risponde a entrambe le cose: essere visti (farsi accettare e sopravvivere) e dire “io” (farsi scegliere e affermare se stessi).
Innanzitutto chiariamo le idee su che cos’è questa fantomatica “voce”: è l’impronta digitale del vostro scrivere, è lo stile per cui vi si riconosce fra gli altri. Ha a che fare con quella cosa per cui quando vi chiama la vostra migliore amica capite da come vi dice “Ciao” se sta bene o se le girano le scatole.
Leggerete che alcuni grandi scrittori hanno impiegato una vita intera a trovare la loro voce. Scusatemi, ma io sono stufa di questo incensare le cose come se fossero irraggiungibili, questo separare “noi e loro”, come se ci fosse qualcuno che fosse inerentemente VIP e tutti noialtri fossimo pezzenti a mendicar un tozzo di pane.
Vive la révolution.
Certo, anche lo stile si impara, ma soprattutto, che diavolo è?
È come a voi piace fare e dire le cose.
Semplice.
Forse.
Perché c’è una cosa che non vi ho ancora detto fin qui, su tutte queste cose che si possono imparare. Ed è, ahimé, una di quelle frasi trite e ritrite che in un testo cercherei di far cambiare: la verità è che non si finisce mai di imparare e nel momento in cui ti senti arrivato allora lì sei proprio finito.
Ah, via, detta tutta fino in fondo, tonda tonda e scontata come la menta nei tictac.
È una questione di gusto e, boy oh boy, non c’è niente di più inafferrabile, di più fuocofatu-esco del gusto. A me le nocciole non piacciono, la Nutella sì, il caffè no, il gelato al caffè sì. Potrei avere dei problemi e il mio psicologo si sta rifacendo lo studio anche grazie a me, probabilmente, però torniamo sul pezzo.
I bambini -solo per certi versi- sono esserini semplici: amano i ritmi quadrati e i sapori dolci. Prima che un bambino inizi ad apprezzare i broccoli devono succedere due cose: vedere le persone intorno a loro mangiarli con gusto tutti i santi giorni, allora i broccoli diventeranno familiari e desiderabili; oppure dovrà passare molto, molto tempo, con nel mezzo una costante voglia di provare cose nuove e allora si decideranno a provarli, matureranno altre esperienze che permetteranno loro di apprezzare anche il gusto dei broccoli. E poi potrà anche darsi che a qualcuno i broccoli non piaceranno mai.
Il gusto è in parte innato, questo sì, e in parte acquisito.
E per acquisito non intendo solo “Mi sono abituata al sapore dei ceci e sai che adesso mi piacciono un sacco?”, ma intendo anche quell’educazione silenziosa e continua che riceviamo da tutte le parti (ma ciao “ambiente e stimoli esterni”!).
Introiettiamo canoni estetici, metriche di giudizio e anche pareri altrui passati di generazione in generazione. Per altre cose (penso banalmente a me stessa e all’arte moderna) abbiamo bisogno di un’istruzione adeguata (che -spoiler- ancora non ho), qualcosa che ci dia gli strumenti prima per capire cosa abbiamo di fronte e poi per farcene un’idea nostra.
Ribadirò qui un punto già emerso: più ci esponiamo a stimoli diversi, meglio è per l’elasticità della nostra mente e per il nostro bagaglio culturale. E decisamente meglio anche per la nostra scrittura.
Bene, benissimo, ok a tutto quanto. Ma la voce?
È una naturale conseguenza di tutto questo. Noi siamo il risultato di tutte le cose che ci sono “passate attraverso” (tempi, eventi, cibi, persone, esperienze, emozioni, canzoni, libri, sensazioni, opere d’arte, profumi, paesaggi, relazioni…) e se volessimo prenderne tutti i pezzettini scintillanti, come fossimo gazze ladre, e farci una maschera per dire “io”, ecco, quello è il nostro stile.
Perché magari vi piacciono i ceci, ma non l’hummus. Perché magari siete rimasti affascinatissimi dal trucco delle Maiko, ma non vi interessano i ricami degli Yukata. Oppure vi piace tantissimo il metal ma non sopportate il growl.
La voce, lo stile, lo si trova facendo e dicendo le cose per come piace a voi, per come, secondo voi, sta bene e ha senso in quel momento e in quella circostanza.
Poi si evolve, con voi e con la vostra esperienza, non sarà mai definitivo.
Credo che vederlo come una cosa sempre in evoluzione alleggerisca il peso di dirsi “ecco il mio stile”, come se fosse una firma da mettere soltanto una volta, e poi addio.
Bene.
Credo che questo post concluda la nostra scalata sul monte Olimpo degli scrittori. Credo che non sia rimasta più nessuna fantomatica divinità da buttar giù dal monte.
Il pantheon è vuoto.
Buona sperimentazione.