Inclinazione personale

Perché potete essere nati introversi e con una grande curiosità verso l’arte, o nati da numeri ed educati dai lupi, ma se siete qui a leggere questo post è perché l’interesse per la scrittura ce l’avete. Buondio, coltivatelo!

“A scrivere si può imparare ma serve talento”.

L’altra volta eravamo rimasti qui, avevamo cioè stabilito che il talento come dono divino non esiste (se lo fosse allora sarebbe un merito anche nascere belli, oppure una colpa nascere poveri, per esempio… e non l’accetto!!!); che è questione di tantissima pratica e che al massimo possiamo parlare di “inclinazione personale”.

Che cosa intendo? Intendo l’insieme di ambiente in cui cresciamo, stimoli a cui veniamo sottoposti e insegnamenti che riceviamo.

La volta scorsa vi ho parlato di quella teoria, studiata dai neurologi, secondo cui diecimila ore di pratica equivalgono a quello che viene percepito come talento. Un altro neurologo ha risposto “Un corno!”.

Be’, non esattamente così però sostiene che quella teoria non sia valida perché, dice, non basta la pratica ma ci vuole anche un buon insegnante.

E a me verrebbe da rispondergli (dall’alto della mia laurea in filosofia, lo so, lo so, mele e pere…) che la sua aggiunta non invalida la prima teoria, ma anzi le fa da corollario.

Mi spiego: ci vogliono entrambe le cose, molta pratica e un buon insegnante. Posso avere il miglior insegnante del mondo ma se non mi metto a fare esercizi non migliorerò mai, viceversa posso passare il resto della mia vita a ripetere sempre lo stesso esercizio (in cui diventerò mostruosamente bravo) ma se non mi metto, o non mi mettono, a provare qualcosa di altro, non progredirò mai molto. 

“Ma l’altra volta dicevi che bastava la pratica”. A essere pignola (cosa che mi riesce benissimo) dicevo che serve lo studio.

Lo studio è fatto di insegnamenti ricevuti e pratica fatta.

Vorrei però ricordarvi (sempre nello spirito -spero- ottimista di questi post) che non serve avere un tutore in casa come Emilio con Rousseau, che non dovete andare per forza a citofonare a casa di Pennac e implorarlo di insegnarvi (oddio, se vi riesce, buon per voi, male non fa!) ma che esistono da sempre anche grandissimi autodidatti.

Concedetemi una brevissima digressione sul concetto di “autodidatta”: non significa uno che non studia e però ha fatto tutto da sé.
Significa uno che ha studiato un sacco, ma sempre in autonomia, andando a cercarsi fonti e mentori in modo eclettico.

C’è una gran bella differenza: altrimenti ritorneremmo al vecchio concetto di talento=dono calato dall’alto e non ne usciamo più.

Quindi, tutto qui? Studiare?
No, ci sono anche quel paio di altri elementi: l’ambiente che ci circonda e gli stimoli a cui siamo sottoposti.

Il figlio del farmacista farà il farmacista, la figlia della notaia farà la notaia, la figlia di Uma Thurman e Ethan Hawke -Maya Hawke- è attrice pure lei. Sarà mica un caso?
Io ho due genitori diplomati in ragioneria mentre a me serve la calcolatrice per tutto, quando ho scelto la facoltà universitaria a cui iscrivermi, la reazione -ovvia- è stata un “Ma non è meglio psicologia, almeno trovi lavoro…”

Sono due semplicissimi esempi per spiegare come, di solito, si tenda a consigliare la strada battuta perché sembra più sicura.

Viceversa chi nasce in una famiglia di musicisti, pittrici e ballerin3 avrà davanti a sé l’idea di diventare attrice o scultore come sicuramente fattibile
“Perché no?!” “La prozia Gladys scolpiva il sughero, sai?”

Si tratta della quotidianità, che è diversa per ognuno.

E gli stimoli?

Così come gli insegnamenti, riceviamo stimoli di ogni tipo, dal momento in cui nasciamo.

E se sono nato sotto un cavolo, cresciuto dai lupi, con una vecchia quercia come mentore assoluto ma nessuno mi ha mai portato a teatro? A parte essere una creatura fantastica la cui storia meriterebbe di essere raccontata, niente paura.

Potete recuperare. 

Iniziate adesso: esponetevi a quanti più ambienti e stimoli diversi possiate trovare, non ve lo impedisce nessuno. Biblioteche, mediateche, mostre, musei, cinema, fumetti, serie tv, passeggiate in montagna, chiacchiere al bar e tutto internet: avete qualsiasi cosa a portata di mano (spesso molte cose sono anche gratis, oppure hanno un costo contenuto).

Perché potete essere nati introversi e con una grande curiosità verso l’arte (penso alla nipote numero 1), o estroversi e con una grande curiosità verso il cibo (penso alla nipote numero 4), ma se siete qui a leggere questo post è perché l’interesse per la scrittura ce l’avete. Buondio, coltivatelo!

Detto in poche parole: si può imparare ad avere quello che sembra “quel quid in più”, chiamatelo bagaglio culturale, chiamatelo inclinazione naturale, chiamatelo personalità… Sapete che anche il gusto è appreso? Per cultura (nel senso di quella d’origine, usi e costumi) impariamo cosa viene considerato “bello” o degno di nota, e cosa viene considerato “brutto” o inutile: pensate a quelle donne tailandesi o giapponesi che si tingevano i denti di nero per seguire un canone estetico e poi agli scaffali di dentifrici sbiancanti che abbiamo nei supermercati… Capite che NIENTE è scolpito nella pietra?


Come si fa a crearsi questa “marcia in più” (oltre al diventare avidi e onnivori consumatori di stimoli “Do a lot of living” dice Neil Gaiman) lo vediamo nella seconda parte di questo post.

Nei prossimi post parleremo di ispirazione, creatività, blocco dello scrittore, trovare la propria “voce” o cifra stilistica e tutte queste altre belle cose che sembrano mistiche ma che demistificheremo. Olé. Mi sento la Dean Winchester dei pipponi mentali sulla scrittura.

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